Il ciclismo è uno tra gli sport più faticosi. A livello giovanile spesso è incompatibile con la scuola per il numero di ore di allenamento, che aumenta vertiginosamente per un ciclista professionista, con allenamenti possono sfiorare le 10 ore. E poi le competizioni: una corsa a tappe supera i 3000 chilometri, con salite e discese a ripetizione. Una frase del Pirata Marco Pantani è entrata nella storia delle 2 ruote: “Io vado forte in salita per abbreviare la mia agonia!”.
Purtroppo la storia di questo sport è costellata di scandali di doping. Ho trovato nel web una tesi di laurea in Scienze della Comunicazione, (“Il ciclismo e la morsa del doping – Da Coppi all’Operaciòn Puerto, storie di scandali in un mondo malato al suo interno”) che traccia un’analisi di questo gravissimo fenomeno.
Ma di chi sono le colpe della realtà in cui naviga il ciclismo? I primi che sbagliano sono i corridori, ma ci sono altre categorie che hanno enormi responsabilità, come i politici. Non è ammissibile che in alcuni stati Europei, come l’Italia, si attui una lotta serrata contro il doping, e che in altri non esista nemmeno il reato.
E poi hanno notevoli colpe anche i dirigenti: non è molto credibile che i direttori sportivi non sappiano nulla delle pratiche illecite dei loro tesserati.
Ma anche la categoria dei medici. I ciclisti non possono procurarsi da soli le sostanze dopanti, ma occorre l’intervento di un esperto in materia.
Non si salva da questo elenco nemmeno la magistratura, che ha a volte condannato erroneamente ciclisti, creando ancora più tensione nell’ambiente.
Ma c’è ancora una categoria che ha enormi responsabilità, e cioè quella dei media. Tra i giornalisti sportivi italiani, vi sono coloro che parlano chiaramente e volutamente di doping nel ciclismo, dimostrando di non provare nessun amore per le 2 ruote. Vi sono poi gli inviati che si soffermano sull’aspetto più romantico di questo sport. La differenza è anche frutto di una maggiore o minore competenza in materia. Oggi nessun giornalista potrebbe arginare il problema doping nel ciclismo, ma non bisogna parlare solo di ciò. Nel ciclismo restano sempre vivi il sudore, la fatica, e la poesia che solo questa disciplina può regalare! In televisione non viene fatta chiarezza sulle vicende, ma si fa di tutta l’erba un fascio.
Insomma tutti i media dovrebbero lasciare finalmente da parte l’ipocrisia, e raccontare sì le imprese degli atleti, ma anche la serie infinita di difficoltà e contraddizioni che coinvolgono lo sport. Vanno allontanati coloro che sbagliano, ed esaltati invece coloro che svolgono il proprio lavoro in modo pulito, allargando la lotta al doping anche alle categorie minori. Solo così si potrà salvare il mondo delle due ruote.
Intervista a Matteo Marzotto
13 anni fa

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