E’ noto che il ciclismo è uno sport particolarmente impegnativo, tra i più faticosi. Anzi, forse perché l’ho praticato in prima persona e perché continuo tuttora a seguirlo, per passione e per lavoro, a mio parere è il più duro in assoluto. A livello giovanile spesso scuola e ciclismo sono incompatibili per il numero di ore di allenamento da passare in sella. Numero che aumenta vertiginosamente per un ciclista professionista. A volte gli allenamenti possono sfiorare le 10 ore, in qualsiasi condizione meteorologica, con i 40° di luglio e la pioggia fredda di gennaio. E poi le competizioni: una corsa a tappe supera abbondantemente i 3000 chilometri, con salite e discese a ripetizione. Una frase dell’indimenticato Pirata Marco Pantani è entrata nella storia delle 2 ruote: “Io vado forte in salita per abbreviare la mia agonia!”.
Purtroppo però la storia di questo sport è costellata di scandali di doping. Ho trovato nel web una tesi di laurea in Scienze della Comunicazione, tra l’altro il mio stesso corso di laurea, (“
Il ciclismo e la morsa del doping – Da Coppi all’Operaciòn Puerto, storie di scandali in un mondo malato al suo interno”) che traccia un’analisi di questo gravissimo fenomeno, cercando di mettere in luce le difficoltà che questo sport ha nel fare chiarezza nelle sue questioni più “nere”.
Ma di chi sono le
colpe della realtà in cui naviga attualmente il ciclismo? Una cosa è certa, i corridori sono i primi che sbagliano e che vanno puniti, ma ci sono molte altre categorie che hanno enormi responsabilità. In primo luogo sicuramente i
politici. Come viene evidenziato dalla tesi, non è ammissibile che in alcuni stati Europei, come la stessa Italia, la Francia e la Germania si attui una lotta serrata contro il doping, e che in altri stati non esista nemmeno il reato. La recente Operación Puerto ne è il caso più scandaloso ed ecclatante. Basti pensare che all’esordio della suddetta vicenda, in Spagna non esisteva nemmeno una legge che puniva il doping.
E poi hanno notevoli colpe anche i
dirigenti: non è molto credibile che i direttori sportivi delle squadre non sappiano nulla delle pratiche illecite dei loro tesserati.
Ma anche la categoria dei
medici. I ciclisti non possono procurarsi da soli le sostanze dopanti. Per queste cose occorre l’intervento di un esperto, ovvero di un medico, solitamente specializzato nella pratica sportiva.
Non si salva da questo lungo elenco nemmeno la
magistratura, che ha a volte condannato erroneamente ciclisti, contribuendo così ad allargare lo stato di tensione presente in questo mondo.
Ma c’è ancora una categoria che ha enormi responsabilità in tutto questo, e cioè quella dei
media. La faccenda si fa molto complessa. Tra i giornalisti sportivi italiani, vi sono coloro che parlano chiaramente e volutamente di doping nel ciclismo. E’ chiaro che costoro non provano amore per il mondo delle 2 ruote. Vi sono poi gli inviati che si soffermano sull’aspetto più romantico di questo sport. La differenza è anche frutto di una maggiore o minore competenza in materia. Oggi nessun giornalista potrebbe arginare il problema doping nel ciclismo, perché purtroppo i nuovi casi si susseguono nel tempo. Ma non bisogna parlare solo di ciò. Nel ciclismo restano sempre vivi il sudore, la fatica, e la poesia che solo questa disciplina può regalare! In televisione viene raccontato di tutto e di più, e non viene fatta chiarezza sulle vicende, facendo a priori di tutta l’erba un fascio. Nella tesi sono messe in luce nel dettaglio le responsabilità di alcuni giornalisti.
Insomma tutti i media dovrebbero lasciare finalmente da parte l’ipocrisia, e raccontare sì delle imprese degli atleti, ma anche della serie infinita di difficoltà e contraddizioni che coinvolgono lo sport. Vanno allontanati coloro che sbagliano, ed esaltati invece coloro che svolgono il proprio lavoro in modo pulito, allargando la lotta al doping anche alle categorie minori. Solo così si potrà guardare all’orizzonte con ottimismo, e salvare il mondo delle due ruote.