lunedì 27 aprile 2009

CICLISMO - DOPING. MA LA COLPA E' ANCHE DEI MEDIA?

E’ noto che il ciclismo è uno sport particolarmente impegnativo, tra i più faticosi. Anzi, forse perché l’ho praticato in prima persona e perché continuo tuttora a seguirlo, per passione e per lavoro, a mio parere è il più duro in assoluto. A livello giovanile spesso scuola e ciclismo sono incompatibili per il numero di ore di allenamento da passare in sella. Numero che aumenta vertiginosamente per un ciclista professionista. A volte gli allenamenti possono sfiorare le 10 ore, in qualsiasi condizione meteorologica, con i 40° di luglio e la pioggia fredda di gennaio. E poi le competizioni: una corsa a tappe supera abbondantemente i 3000 chilometri, con salite e discese a ripetizione. Una frase dell’indimenticato Pirata Marco Pantani è entrata nella storia delle 2 ruote: “Io vado forte in salita per abbreviare la mia agonia!”.

Purtroppo però la storia di questo sport è costellata di scandali di doping. Ho trovato nel web una tesi di laurea in Scienze della Comunicazione, tra l’altro il mio stesso corso di laurea, (“Il ciclismo e la morsa del doping – Da Coppi all’Operaciòn Puerto, storie di scandali in un mondo malato al suo interno”) che traccia un’analisi di questo gravissimo fenomeno, cercando di mettere in luce le difficoltà che questo sport ha nel fare chiarezza nelle sue questioni più “nere”.

Ma di chi sono le colpe della realtà in cui naviga attualmente il ciclismo? Una cosa è certa, i corridori sono i primi che sbagliano e che vanno puniti, ma ci sono molte altre categorie che hanno enormi responsabilità. In primo luogo sicuramente i politici. Come viene evidenziato dalla tesi, non è ammissibile che in alcuni stati Europei, come la stessa Italia, la Francia e la Germania si attui una lotta serrata contro il doping, e che in altri stati non esista nemmeno il reato. La recente Operación Puerto ne è il caso più scandaloso ed ecclatante. Basti pensare che all’esordio della suddetta vicenda, in Spagna non esisteva nemmeno una legge che puniva il doping.

E poi hanno notevoli colpe anche i dirigenti: non è molto credibile che i direttori sportivi delle squadre non sappiano nulla delle pratiche illecite dei loro tesserati.

Ma anche la categoria dei medici. I ciclisti non possono procurarsi da soli le sostanze dopanti. Per queste cose occorre l’intervento di un esperto, ovvero di un medico, solitamente specializzato nella pratica sportiva.

Non si salva da questo lungo elenco nemmeno la magistratura, che ha a volte condannato erroneamente ciclisti, contribuendo così ad allargare lo stato di tensione presente in questo mondo.

Ma c’è ancora una categoria che ha enormi responsabilità in tutto questo, e cioè quella dei media. La faccenda si fa molto complessa. Tra i giornalisti sportivi italiani, vi sono coloro che parlano chiaramente e volutamente di doping nel ciclismo. E’ chiaro che costoro non provano amore per il mondo delle 2 ruote. Vi sono poi gli inviati che si soffermano sull’aspetto più romantico di questo sport. La differenza è anche frutto di una maggiore o minore competenza in materia. Oggi nessun giornalista potrebbe arginare il problema doping nel ciclismo, perché purtroppo i nuovi casi si susseguono nel tempo. Ma non bisogna parlare solo di ciò. Nel ciclismo restano sempre vivi il sudore, la fatica, e la poesia che solo questa disciplina può regalare! In televisione viene raccontato di tutto e di più, e non viene fatta chiarezza sulle vicende, facendo a priori di tutta l’erba un fascio. Nella tesi sono messe in luce nel dettaglio le responsabilità di alcuni giornalisti.
Insomma tutti i media dovrebbero lasciare finalmente da parte l’ipocrisia, e raccontare sì delle imprese degli atleti, ma anche della serie infinita di difficoltà e contraddizioni che coinvolgono lo sport. Vanno allontanati coloro che sbagliano, ed esaltati invece coloro che svolgono il proprio lavoro in modo pulito, allargando la lotta al doping anche alle categorie minori. Solo così si potrà guardare all’orizzonte con ottimismo, e salvare il mondo delle due ruote.

LA COMUNICAZIONE AZIENDALE SI ESPRIME ANCHE CON I BLOG!

Navigando nel web, mi sono particolarmente stupito di come il Blog possa anche essere inteso come strumento di comunicazione aziendale. Eh sì, anche le aziende da ormai diversi anni si stanno interessando al fenomeno dei Blog.

Se ci pensiamo bene, i Blog possono essere non solo un veicolo importante per la pubblicità da parte delle aziende, ma sono innanzitutto uno strumento privilegiato per parlare di prodotti. Per intenderci, i consumatori comprano un prodotto, lo provano e ne raccontano l’impressione, positiva o meno, proprio sui Blog. Ho trovato interessante questo studio di Marker Sentinel. Ha ormai qualche anno, ma fornisce dei dati particolarmente significativi, che ci fanno capire come Blog e forum siano utilizzati dai consumatori per cercare aiuto nel processo di scelta che porta all’acquisto di un determinato prodotto. Sembra una cosa banale, ma non lo è per nulla! Blog, forum e motori di ricerca sono tutti strumenti che esercitano una grande influenza sui consumatori.

Inoltre per l’azienda il Blog può costituire un contatto diretto con l’azienda, in quanto non c’è praticamente controllo sul messaggio.

MA CONOSCIAMO TUTTI LA DIFFERENZA TRA FORUM E BLOG?

È una differenza che in realtà dovrebbe apparire abbastanza semplice. Il forum di norma non ha una identità personale o personalistica (sarebbe difficile pensare a un forum di Beppe Grillo!) e solitamente è rivolto a persone “esperte” del settore a cui esso è dedicato. Cioè le persone che vi si iscrivono sono accomunate dal sentirsi parte di un gruppo o di qualcosa. Solitamente i forum non hanno una componente grafica di rilievo, e questo fa ben intendere come sia più importante il contenuto piuttosto che la forma. I membri di un forum sono molti; vi sono sempre dei “leader”, o meglio i “moderatori”, ma non esieste quasi mai una figura carismatica che detti gli imput.

Il Blog invece ha un proprietario e nasce per l’esigenza di un singolo o di un ristretto numero di persone di veicolare la propria voce e il proprio pensiero. Il Blog è un “luogo privato”, e in genere chi la pensa in modo diverso allo specifico argomento non va a postare un proprio commento. Nei forum c’è uno spirito più “battagliero” per così dire, cioè si susseguono pareri spesso molto contrastanti tra di loro. Scrivere in un Blog può anche voler dire “comunicare con gli altri” e non “agli altri”, ma questo è molto difficile, perché bisognerebbe valutare a priori l’impatto di ciò che scrive su chi potrebbe leggere, stimolandolo a dire la sua.

Vi è poi una differenza pratica e tecnica di base, ovvero è molto più semplice realizzare un blog piuttosto di un forum.

mercoledì 1 aprile 2009

...e se il New York Times domani mattina fallisse?...

Da tempo si discute della crisi dei giornali. Crisi: ormai questo vocabolo lo possiamo leggere dovunque. Sembra quasi che le notizie facciano a gara per contendersi un maggior numero di crisi. Ecco, crisi economica in modo particolare. Negli USA quante banche sono fallite negli ultimi mesi? Ammetto che ho perso il conto. E sdrammatizzando sull’argomento, vi siete mai chiesti cosa accadrebbe se domani mattina il New York Times non uscisse in edicola, ad esempio, per mancanza di denaro? Insomma, se in definitiva fallisse?

Vi sembra una domanda così assurda? Forse un po’, ma non troppo. Il futuro dei giornali è tornato quanto mai d’attualità ora, e la tendenza è chiara e lampante: l'informazione online e l'orientamento dei lettori stanno scardinando i pilastri dell'informazione.

Nonostante l'aumento degli utenti delle edizioni online, i giornali hanno subito forti perdite nei loro ricavi pubblicitari nel 2008. Questo è dovuto al fatto che il peso dei lettori sul web, per gli inserzionisti, è più basso rispetto ai lettori tradizionali che in America, ma anche nel resto del mondo, sono in costante calo.

Michael Hirschorn, editorialista di The Atlantic, analizza in maniera molto dettagliata la profonda crisi che sta investendo il New York Times. A suo giudizio col tempo potrebbe davvero scomparire la versione cartacea del giornale americano.

Ma ciò potrebbe costituire una vera e propria catastrofe? Beh, sicuramente un duro colpo per il giornalismo negli USA e in tutto il mondo, ma a lungo termine, forse, non sarebbe una catastrofe. Sembra ormai evidente che la cosa più importante sia salvare le notizie e la loro qualità, e in un secondo tempo i giornali.